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Pubblicazione : 15/04/2015
Una Boa urbana, per aiutare chi dorme in strada
Uno degli obiettivi del progetto è “agganciare” le persone, per poterle accompagnare in percorsi di recupero

Quest’anno il primo a morire per strada a Torino è stato un cittadino libico quarantenne, trovato carbonizzato la mattina del 4 gennaio nei pressi della stazione Lingotto: in Italia dal 2000, aveva chiesto asilo politico. Un mese dopo è stata la volta di un romeno di 49 anni, trovato morto nel quartiere Vanchiglia: dormiva su una panchina, e proprio il freddo, a detta dei sanitari, sarebbe stato la causa dell’arresto cardiaco che lo ha stroncato.

Sono storie tragiche che si ripetono ogni inverno: perché se è pur vero che le istituzioni e il volontariato lavorano per scongiurare queste tragedie, rimane una percentuale di persone senza dimora che trascorrono le notti all’addiaccio: spesso dedite all’uso di alcool o di stupefacenti forse non si rendono conto del rischio che corrono, in altri casi rifiutano di rivolgersi alle strutture di ospitalità notturna.

Un maggior impegno da parte di tutti è stato sollecitato anche dall’arcivescovo di Torino mons. Nosiglia, con un appello
alle istituzioni e a tutte le realtà di volontariato e associative che si occupano di questi fratelli e sorelle senza dimora per promuovere insieme un supplemento di impegno per prevenire simili tragedie.

Così, proprio su questi temi si è svolto il 10 febbraio scorso un incontro straordinario del Tavolo senza dimora promosso da Caritas Torino, cui hanno preso parte rappresentanti istituzionali e del volontariato, con l’obiettivo di stabilire strategie d’intervento più incisive. Un compito non facile però, perché impone il ripensamento di molte pratiche adottate fino ad oggi, come spiega Massimo de Albertis, dell’ufficio Adulti in Difficoltà del Comune di Torino:
Questa come le altre morti precedenti di persone senza dimora ci interrogano seriamente sulla tipologia di interventi e di servizi messi a loro disposizione a livello cittadino dal settore pubblico, dal terzo settore, dal privato sociale e dal volontariato. Esistono indubbiamente molte valide risorse, ma sono perlopiù standardizzate e quindi non possono andare bene per tutti; oltretutto il numero di queste persone è in aumento e presenta caratteristiche molto diverse dal passato, con problematiche correlate sempre più eterogenee e complesse, anche per le diverse nazionalità di provenienza che ormai riguardano la maggior parte di loro. Per queste ragioni, o ripensiamo le modalità d’intervento oppure si rischia di non riuscire più a rispondere in modo adeguato

Servono risposte “su misura”

Ma come ripensare gli interventi?
Innanzitutto dando maggior attenzione alla relazione, quindi svolgendo un’accoglienza nel vero senso del termine. Poi occorre incontrare e ascoltare le persone al fine di confezionare risposte il più possibile “su misura”, costruite sulla base delle loro reali esigenze. Questo è possibile però – sostiene De Albertis – solo coinvolgendo altri attori istituzionali (e non) a questi tavoli di confronto, ma anche in strada per incontrare le persone e non solo aspettarle negli ambulatori e negli uffici. Importante ad esempio il coinvolgimento del settore sanitario, della salute mentale, delle dipendenze che avrebbero un ruolo centrale per elaborare risposte più adeguate alle nuove tipologie di persone che vivono in strada.

homelessSotto molti aspetti, questo è quanto viene fatto ogni notte dagli operatori della “Boa Urbana Mobile”, servizio comunale itinerante finalizzato ad intercettare le persone che vivono in strada, proponendo loro strutture di ospitalità notturna: un lavoro condotto sul territorio in cui sono i servizi a cercare i cittadini, come ci spiegano due operatrici della “Boa”: Veronica, educatrice territoriale della cooperativa Valdocco, e Silvia, operatrice della cooperativa Strana Idea; entrambe le società hanno in appalto il servizio dal Comune, espletato nei mesi invernali tramite due pulmini con un equipaggio di due operatori ciascuno.

 

 
Premesso che si tratta di un servizio di bassa soglia finalizzato ad offrire a chi pernotta in strada generi di conforto, informazioni di base ed accompagnamento in strutture, svolto nelle ore notturne dalle 18,30 alle due di notte, uno degli obiettivi è cercare quando possibile di “agganciare” la persona, in modo da poterla accompagnare in un percorso di recupero. Spesso si tratta di persone affette da patologie delle quali non hanno consapevolezza: già convincerle a sottoporsi ad una visita medica è un successo» spiegano le operatrici, sottolineando come in molti casi vi sia un rifiuto totale di qualunque intervento, per i più svariati motivi: dalla vergogna di chi in strada c’è finito da poco tempo, alle dipendenze da sostanze psicotrope fino ai casi di persone che rifiutano la convivenza e le regole delle strutture di ospitalità notturna. «Occorre tempo per conquistare la fiducia di queste persone – sottolinea Silvia – e solo dopo aver costruito un rapporto si può iniziare a proporre interventi a più ampio respiro.

 

[separator_heading]I dati[/separator_heading]

  • 1.658 persone che nel 2014 hanno fatto richiesta ai dormitori di Torino (296 donne e 1.362 uomini)

  • 947 gli stranieri (di cui 220 romeni e 176 marocchini)

  • 464 Di età compresa tra i 40 e i 49 anni (395 tra i 30 e i 39 anni, 354 tra i 50 e i 59, 311 tra i 18 e i 29, 97 tra i 60 e i 64, 35 tra i 65 e i 79 e 2 non registrati

  • 1.199 Le persone che sono state accolte effettivamente


Fonte: Comune di Torino

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