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Pubblicazione : 10/04/2016
Amministrazione condivisa: al centro il bene comune
È stato pubblicato il primo Rapporto annuale sull’attività di Labsus (Laboratorio sulla sussidiarietà), racconto di un anno di lavoro con quell’Italia «che non si vede e non fa notizia», scrive Gregorio Arena, presidente di Labsus nell’introduzione ma che «sta crescendo e prendendo consapevolezza di sé stessa».

È l’Italia la cui Pubblica Amministrazione sta evolvendo verso un nuovo modello organizzativo (dal conflitto alla collaborazione con i cittadini e dall’autorizzazione alla condivisione di responsabilità).

Le radici di questa evoluzione sono nella riforma de titolo V della Costituzione che, all’articolo 118 sancisce:

«Stato, Regioni, Province, Città metropolitane e comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà».

Il passo successivo è l’approvazione del primo “Regolamento sulla collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani”; a dotarsene è il Comune di Bologna, nel 2014, seguita, ad oggi, secondo i dati contenuti del Rapporto, da oltre 150 Comuni che hanno adottato il Regolamento (erano 72 alla data della pubblicazione del Rapporto) o che sono in procinto di adottarlo (82 alla stessa data).

Il Regolamento, afferma ancora il presidente di Labsus nell’introduzione del Rapporto, è una tappa fondamentale perché l’articolo 118 della Costituzione non basta a mettere gli amministratori nelle condizioni di dare ai cittadini lo spazio e la responsabilità necessaria per prendersi cura dei beni comuni e non è sufficiente al cambio di paradigma che porta i cittadini ad essere non solo e non più amministrati ma «soggetti responsabili e solidali che in piena autonomia collaborano con l’amministrazione nel perseguimento dell’interesse generale o, detto in altro modo, nella cura dei beni comuni»

Per quanto necessario, il Regolamento (che viene scelto come strada maestra per ragioni sostanzialmente legate alla snellezza procedurale, alla flessibilità, all’adattabilità ai contesti e alle relative evoluzioni) non è sufficiente a rendere concreta la collaborazione tra cittadini e amministrazione.

Tale collaborazione, afferma il testo del primo regolamento approvato «si estrinseca nell’adozione di atti amministrativi di natura non autoritativa». Tali atti sono i patti di collaborazione definiti come «lo strumento con cui Comune e cittadini attivi concordano tutto ciò che è necessario ai fini della realizzazione degli interventi di cura e rigenerazione dei beni comuni».

È importante sottolineare, come la stessa introduzione del Rapporto precisa, che il patto di collaborazione non è uno strumento di delega, ma lo snodo cruciale di un’alleanza: non sono i cittadini che suppliscono alle carenze della Pubblica Amministrazione, ma cittadini e PA che cooperano «per affrontare meglio, insieme, la complessità delle sfide che il mondo attuale pone a tutti, amministrazioni pubbliche e cittadini».

Le esperienze raccontate nel Rapporto

Bologna: progetto i colori dei diritti - il progetto è realizzato grazie a un patto di collaborazione tra l’Associazione "Dentro al nido” e il Comune di Bologna, punta alla riqualificazione della scuola comunale per l’infanzia “Marshal” e intende coinvolgere la comunità educante sul tema dei diritti di bambini.

Catania: Palestra delle arti e delle culture«gestita da una rete aperta di associazioni e di persone, per la promozione sociale e la produzione culturale e artistica. Motore dell’iniziativa è la volontà di mettere in rete energie e competenze, associazioni e gruppi di cittadini, affinché la gestione condivisa di un bene comune possa diventare un laboratorio di partecipazione civica».

Grosseto: Progetto La mia scuola, azione di manutenzione civica e gestione condivisa dei plessi dell’Istituto comprensivo Grosseto 4

Gubbio: Associazione 100 ramazze sul cui sito web si legge: «Vogliamo contribuire a creare identità e relazioni, senso di appartenenza e legami sociali: attraverso un valore minimo e condiviso per cui l’attenzione ai luoghi è attenzione a chi ci vive e li attraversa o anche solo li guarda. I migliori custodi dell’eredità culturale sono gli stessi cittadini, ma solo se animati da coscienza, passioni e valori condivisi che danno alla comunità una sua propria identità collettiva e un vivere civile.  La piazza, la via pubblica, i parchi e i sentieri, i monumenti rappresentano questa identità, appartengono al cittadino, che ne deve avere cura allo stesso modo e insieme alla cura di sé e dei propri beni personali».

Montecorvo (Frosinone): movimento civico Agorà, nato per la creazione del museo diffuso di San Rocco e ora impegnato sul Regolamento dei beni comuni

Omegna (Verbano Cusio Ossola): iniziativa “Buon lavoro, l fabbrica per la città”-  i dipendenti della Alessi, azienda di design, in cassa integrazione per risi aziendale, diventano “custodi dei beni comuni” dedicando alcune ore ad azioni al servizio della Comunità

Palermo Associazione Clacdal 2003 lavora per la costruzione di nuove forme di progettazione, produzione e promozione di servizi, prodotti e progetti culturali.

Roma: Associazione genitori di Donato, nata ad inizio anni 2000 dal ripristino di locali in disuso in una scuola, oggi gestisce, negli stessi spazi, attività extrascolastiche in chiave comunitaria.

Movimento Retake Roma, realtà che, partendo dai cittadini e dalla creazione di nuovi rapporti con le istituzioni persegue l’obiettivo di contrastare il degrado, valorizzare i beni comuni e diffondere il senso civico sul territorio di Roma Capitale

Veglie (Lecce): Comitato bottega civica, nato con l’obiettivo di far approvare il Regolamento dei beni comuni, intende investire soprattutto sui temi dell’agricoltura civica e del cibo civile.

Verrua Savoia (Vercelli): Associazione senza fili e senza confini, propone un modello economico alternativo per l’accesso a Internet nelle zone periferiche, dove gruppi di cittadini uniscono i loro sforzi ed insieme si fanno carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo dove i costi sono più accessibili, evitando agli operatori tradizionali investimenti dedicati. L’attività dell’associazione si configura, proprio per questi motivi, in supporto e non in concorrenza con gli Internet Service Provider tradizionali, dei quali può essere considerata uno strumento operativo per ridurre il divario digitale che ancora caratterizza l’Italia, paese dalla conformazione geografica complessa.

Fonte e approfondimento:

Labsus